Casa nel buio

La notte è buia e il bambino corre senza sapere dove sta andando: è solo e terrorizzato. La sua pelle è buia esattamente come la notte e, come la notte, assorbe ogni raggio di luna che la sfiora.

I suoi passi a malapena si indovinano sul terreno di foglie bagnate ed erba. Corre, corre fino a restare senza fiato, finché gli occhi e le orecchie sembrano esplodere e uscire dalle loro sedi. Corre e piange e vuole tornare a casa ma non sa in che direzione è casa, e poi è proprio da casa che sta scappando, non facciamo cazzate che torniamo al punto di partenza! E allora si limita a correre per scappare dal buio e dalle ombre. Intorno al lui oltre che la notte e le ombre un sacco di suoni e rumori e occhi e ali e correnti gelide e umido. Sta crescendo anche la nebbia. Non c’era quando è entrato nel bosco, ma mano a mano che sta addentrandovisi la nebbia si fa più alta e più fitta.

Bianca quassi come fosse un muro di neve.

Vorrebbe chiamare la mamma, il bambino, vorrebbe chiamare aiuto ma il terrore gli ha congelato la voce in un punto al centro della sua testa ed in fondo alla trachea. Nella sua testa sta urlando fino a graffiarsi la gola, ma fuori è il silenzio. Cerca un riparo, una luce, del calore ma tutto intorno è il bosco di notte come può apparire ad un bambino solo in fuga: buio e ostile. Il preludio della fine.

Si siede ai piedi di un gigantesco albero, ma non sa che specie di albero sia, non lo ha mai visto. In realtà dove abita lui non ricorda di aver mai visto un albero. Si ricorda di un racconto che gli ha fatto sua madre, che si svolge in un bosco, però: e non finisce bene. Si siede e piange, raccolto con le ginocchia al petto e le mani sulla faccia. Piange, singhiozza ma lo fa in silenzio perché potrebbero sentirlo. Così ha detto mamma:

«Fai che non ti sentano.»

E se lo sentono lo prendono e lo riportano a casa, ma mamma è stata chiara:

«Scappa! Corri scappa, va avanti e non ti voltare, arriva fino alla fine del bosco.»

e lui allora ha cominciato a correre nella direzione in cui la mamma lo ha indirizzato e non si è mai voltato esattamente come gli aveva detto lei. Solo che non lo sa dove sia la fine del bosco, lui neanche ci è mai entrato in un bosco, figuriamoci se sa dove sia la sua fine. Si è perso. E piange, rivorrebbe la sua mamma e il suo letto. Lontano sente, o gli pare di sentire, il rumore delle ombre che lo cercano, sussurrii biascicati e pieni di parole che sono scatti: anche loro però devono avere delle difficoltà lì fuori e infatti gli girano intorno, lo superano, tornano indietro ma non riescono ad individuarlo. La nebbia si è alzata molto ed è diventata ancora più fitta. Possibile che sia quello il motivo per cui non lo trovano. Ma lui è ancora solo in mezzo al bosco, e la nebbia lo spaventa come e più del buio, e più lui è spaventato e più la nebbia si fa fitta.

Sente dei passi molto vicini a lui e si rannicchia ancora di più cercando di farsi piccolo piccolo. Vuole sparire, riesce solo a trattenere il fiato quando sente che i passi sono proprio dietro di lui, e che a un tratto si bloccano. Trattiene il fiato per tutto il tempo che i suoi piccoli polmoni e la paura glielo consentono, poi respira.

Un ringhio, di fianco, poi due, poi quattro.

I segugi di suo padre lo hanno trovato! Si alza di scatto e fa per correre. Un latrato poi due e uno scatto di zampe a pochissima distanza, il bambino si lancia ma due mani lo afferrano. È sollevato da terra e lui grida, finalmente libero di esplodere. Il terrore che prova può essere rilasciato: lo hanno preso, lo riporteranno al palazzo e lo chiuderanno nella torre. Buio. Nebbia fitta, quasi un muro. Un latrato e poi un colpo sordo, rumore di foglie schiacciate, un guaito. Ancora un latrato, questa volta senza colpo. Sente ringhiare. Le mani lo stringono e lo mettono in alto: ora si trova cavalcioni sulle spalle di qualcuno. Latrato, colpo secco, rumore di foglie schiacciate.

Ancora.

Il bambino tocca la testa di chi lo ha preso. È liscia e gelata e riflette dei lampi non si capisce da dove. Metallo. Deve essere un elmo o un casco o qualcosa di simile. Forse è un cavaliere, si certo, deve essere così! Il cavaliere si mette a correre e lui perde un attimo l’equilibrio e, complice la spossatezza, sta per cascare indietro. Una mano gli afferra il braccio e lo tira avanti

«Reggiti, ora si corre. Ti porto a casa con me.».

Una voce ferma ma dolce. Il bambino si sente inspiegabilmente al sicuro e protetto. Si addormenta. Quando si sveglia è in una capanna di legno illuminata da un fuoco acceso in un braciere posto in mezzo all’unica stanza di cui è composta. È sdraiato su un giaciglio di foglie e coperto da una pelliccia.

Le ombre danzano al ritmo delle fiamme in una luce arancione-rossastra, e il cavaliere è lì, seduto al suo fianco. Il suo aspetto è strano, ed il bambino rimane affascinato dall’occhio – il sinistro – di fuoco che spicca su una testa completamente metallica.

«Dove sono?»

chiede con molta calma.

«A casa.»

Risponde occhio-di-fuoco. Nel silenzio spiccano il crepitio del falò e il rumore del vento fuori, che si sta rafforzando.

«Tu chi sei?»

«Mi chiamo Zahran.».

Il bambino resta un attimo lì, appoggiato sui gomiti a cercare qualcosa da dire, ma è stanco e frastornato e non riesce a formulare niente di adeguato o significativo.

«Dormi ora, devi riposare. Qui sto sveglio io.»

Il bambino si rimette sdraiato, chiude gli occhi e finalmente si addormenta.

Casa nel buio